7 dicembre 2025: obiettivo Buca di V
Una classica mattinata invernale, aria fredda, un cielo pieno di nuvole ma nessuna goccia di
pioggia. Insomma: le condizioni perfette per una giornata in grotta.
Alle 8 all’Hitachi si trova solo una parte del gruppo. Oltre a me ci sono Emiliano, Alessandra,
Riccardo e Beatrice. Con Alva, Sara e Lorenzo ci troveremo direttamente al Tonlorenzi per
fare colazione.
Se non ci conosceste potreste pensare ai tostissimi “Hateful Eight” di Quentin Tarantino; la
verità è che la composizione del gruppo risponde piuttosto alla domanda: “Come se la
sarebbe cavata Papà Castoro se avesse avuto sette figli invece di tre?”.
Emiliano è il nostro Papà Castoro, l’unico istruttore della spedizione: l’amore per la
speleologia e l’inguaribile ottimismo che lo contraddistinguono sono le skills necessarie per
guidare noi giovani speleologi in questa avventura. Ed è così che al grido di “È facile e
divertente!” arriviamo al parcheggio davanti al ristorante “Le Gobbie” vicino ad Arni.

È da qui che parte il breve avvicinamento (15/20 minuti su un sentiero abbastanza agevole)
per arrivare a Buca di V, rinominata da Lorenzo “Buca di Quinto”.
La scelta di questa grotta non è casuale: l’obiettivo dichiarato è quello di arrivare in fondo al
pozzo Cienfuegos e alla strettoia collocata poco più avanti. Fino a quel punto il percorso è
già completamente armato e questo dovrebbe facilitare la nostra progressione. L’unica
eccezione è il pozzo iniziale di 18 metri: vista l’esigenza di far partire l’armo da un albero
situato subito all’esterno dell’entrata e i 3-4 frazionamenti necessari, è consigliabile portarsi
dietro una corda da 40 metri.
Superato il primo pozzo iniziamo a farci strada all’interno di stretti cunicoli fino ad arrivare al
cosiddetto “Viale Manzoni”, un nome evocativo. Per noi, ma immagino anche per voi che
state leggendo, amanti della cultura e non, il rimando sembra chiaro: un omaggio ai mitici ed
enormi manzi di razza Chianina, una grande eccellenza tra i troglosseni toscani. E invece
no, dicono che Viale Manzoni prenda il nome da quelli che, in gergo tecnico, vengono
chiamati “manzi”, ossia cannucce riempite di esplosivo fatte detonare per allargare passaggi
troppo stretti: sostanzialmente la risposta speleo alla “bomba di Maradona”. Questa sezione
della grotta non richiede un uso particolare di strumenti, sono presenti alcune corde ma su
tratti a bassa pendenza, dove può non essere necessario montare il discensore.
Proseguendo, arriviamo a quella che è la parte più verticale della nostra esplorazione.
Affrontiamo alcuni pozzetti, di cui un paio di una decina di metri, fino ad arrivare all’imbocco
del Cienfuegos. Questo pozzo si divide in due parti: i primi 20 metri sono leggermente meno
ripidi e con frazionamenti dove talvolta è possibile appoggiare i piedi. Alla fine di questo
tratto iniziale c’è uno spazio abbastanza comodo, dove ci fermiamo per un brainstorming.
Per ora ci siamo mossi bene, ma un po’ di fatica inizia a farsi sentire: per questo motivo c’è
chi decide di fermarsi qui e pranzare, mentre solo io, Emiliano, Alessandra e Lorenzo
approcciamo la seconda parte del pozzo. Questi 30 metri sono sicuramente più impegnativi,
l’entrata è molto scenica ma non molto adatta a chi soffre di vertigini: un traverso quasi nel
vuoto fino a raggiungere la corda che scende. Superato questo punto al cardiopalma,
possiamo dire che il gioco sia valso la candela. Il pozzo è bellissimo e maestoso: una parete
verticale in una grande sala appena illuminata dalla nostre luci frontali.

Quattro o cinque frazionamenti e siamo giù, arrivati all’obiettivo di giornata. Non contenti
decidiamo di fare qualche altro metro fino ad arrivare alla “famosa” strettoia. Emiliano ci
invita a provarla: io e Lorenzo ci avviciniamo senza troppa convinzione e, dopo qualche
timido tentativo, torniamo indietro con la coda tra le gambe. Alessandra invece parte subito
più motivata e infatti riesce a passare abbastanza bene; tornare indietro però si rivela essere
tutt’altra cosa, infatti la coraggiosa speleo rimane incastrata nella parte più bassa della
fessura. Dopo qualche risata iniziale arriva un po’ di panico: non sembrano esserci nessuno
zoccolo di gnu o vertebra di moffetta adatti a risolvere la situazione, non può né avanzare né
indietreggiare. Mentre, ormai pietrificato, stavo già pensando a cosa dire a mamma Daria
sulle sorti della povera figliola, Emiliano interviene prontamente per disincastrarla, facendo
leva con il corpo e alzandola quanto basta per sfruttare la parte più larga del passaggio.

Ricomposti i ranghi arriva il momento della risalita, il più faticoso. Nonostante ciò, all’interno
dell’equipaggio di Papà Castoro il morale è alto e c’è ottimismo: di questo passo usciremo
anche prima di quando avessimo pensato. Ma l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e, come
diceva un vecchio saggio: “Don’t say cat, if the cat is not in the sac”. Infatti sull’ultimo pozzo
(ribattezzato per l’occasione il “Pozzo del disagio”) ci piantiamo inesorabilmente, ma è qui
che esce fuori lo spirito di sorellanza speleo, ed Alva, ormai uscita dalla grotta, torna indietro
per aiutare Beatrice a scrollarsi proprio su uno degli ultimissimi frazionamenti, quando ormai
le energie erano sotto i piedi.

Alla fine usciamo tutti, stanchi e infreddoliti, ma anche più consapevoli: consapevoli che la
grotta, per quanto luogo alieno, un po’ ci appartiene e ci fa stare bene; ogni volta una
piccola/grande sfida contro noi stessi, prima ancora che contro ciò che ci circonda. E per
me, speleologo alle prime armi, questa uscita è stata uno spartiacque per capire che,
nonostante le cose da imparare siano ancora tantissime, posso considerarmi anch’io un po’
troglofilo.

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